Cari folgorati dalla visione della Barbabietola sulla Romea,
prima di tuffarci negli aggiornamenti di questa settimana vogliamo segnalarvi lo strepitoso successo di critica de L’ombra del falco, il romanzo d’esordio del nostro Pierluigi Porazzi. Le vostre barbabietole preferite questa volta se la tirano un po’ dato che la recensione scritta da Michele Fiano su Sugarpulp.it è stata la prima in assoluto a parlare dell’allucinante thriller di Porazzi (grazie anche a Marsilio Editori che ci ha permesso di leggere in anteprima il romanzo). Che L’ombra del falco sia un vero e proprio librazzo è un dato di fatto, provate a dare un’occhiata a quello che hanno scritto su Corpi Freddi, La Tela Nera, Thriller Magazine, Angolo Nero e nel blog di Marilù Oliva: un vero e proprio plebiscito!
Ma veniamo al succo della barbabietola di questa settimana, più tossica e zuccherina che mai: si parte con una recensione di Pierluigi Porazzi (sempre lui!), che ha letto per noi “Les Italiens” di Enrico Pandiani. Segue a ruota un’altra recensione, questa volta scritta da Carlo Vanin, che ci parla di “Gioventù d’asfalto”, seconda prova del furlano Massimo Santarossa. Last but not leastAdamo Dagradi con Cavalli Selvaggi, un racconto splendidamente intriso di malinconia ambientato in una pianura padana fredda, umida e senza luce.
E prima di lasciarvi ai cavalli selvaggi dei Rolling Stones vi ricordiamo l’appuntamento con Matteo Righetto a Bassano del Grappa: il fondatore di Sugarpulp, in collaborazione con MilanoNera, presenterà il suo Savana Padana alla libreria La Bassanese di Bassano del Grappa (VI), giovedì 18 marzo alle 20.45.
Li intercetto alle 23 e 45 del 14 dicembre sulla Timbuctù. La chiamiamo così per via delle mignotte africane che la davano via a 50 euro fino a qualche anno fa, nei parcheggi dei centri commerciali e nelle piazzole di sosta. Ora se ne sono andate, rimpiazzate da ucraine, moldave e albanesi. Dovremmo cambiargli nome, a quella strada. Una cosa tipo Mosca o Stalingrado.
La Timbuctù sarebbe la statale 10 tra Casteggio e Voghera. 10 km di pianura senza curve dove puoi prendere i 200, soprattutto a quell’ora. Loro, i 200, non li prenderanno mai. Non con quella Fiesta scassata del ’93. Non si sono fermati a un posto di blocco sull’Emilia, sfiorando il carabiniere che sventolava la paletta e che se n’è rimasto lì, inebetito.
Io ero fuori dalla Bella Napoli, a controllare i documenti di carico di un camion. Continue reading
La storia viene separata dalla preistoria dall’invenzione della scrittura. Grazie, e il papa è cattolico, direte voi. Prego, dico io, ma aspettate che vada avanti. Il motivo di questa divisione è molto semplice: della preistoria non possiamo avere memoria scritta. Della storia sì. Come dire: gli scrittori, quei tizi che fumano e bevono troppo e che spesso sono parecchio strani, sono i depositari della nostra memoria. Che fortuna, direte voi. Ci poteva andare peggio, dico io.
Massimiliano Santarossa, classe ’74, furlan di Villanova, è uno di quegli scrittori che ha vissuto le cose di cui scrive e La sua seconda opera “Gioventù d’asfalto” ha proprio a che fare con la memoria, sua e in parte nostra.
I racconti di “Gioventù d’asfalto” ruotano attorno ad un gruppo di giovani, un “branco” di periferia che diventa di volta in volta, di racconto in racconto, protagonista e osservatore. Protagonista di serate etiliche ed esagerate e osservatore di una nutrita schiera personaggi che si trovano a frequentare la vecchia osteria del paese all’inizio degli anni ’90, in un periodo di profondo cambiamento sociale per l’Italia.
tutti in curva per gli aggiornamenti di questa settimana: tre post succosi e zuccherini in classico Sugarpulp-style. Partiamo con Alessandro Morera che ha recensito per noi “Il Giudice Meschino”, l’ottimo esordio di Mimmo Gangemi: un libro duro e amaro legato in maniera indissolubile ad una terra, la Calabria, martoriata da tanti problemi. Fabrizio Fulio Bragoni ha invece intervistato per noi i Guano Padano, band dalle armonie e dai toni western, ideale colonna sonora per un viaggio lungo una Pianura Padana selvaggia e magica. Chiude il trittico di questa settimana Matteo Strukul con la recensione di The Southern Armony Musical Companion , un caposaldo del rock & roll sudista, un album che non fa prigionieri e che contiuna a stupire per i suoi riff sporchi e cattivi e per la magnifica voce urlante di Chris Robinson.
Definiti da Melody Maker come la più rock’n’roll delle rock’n’roll band, i Black Crowes esordivano nel 1990 con il formidabile “Shake Your Money Maker”, disco prodotto da Gorge Drakoulias per la Def American di Rick Rubin. L’album, caratterizzato da un rock chiassoso e stradaiolo fortemente venato di blues, a poco più di un anno dalla sua uscita aveva scalato le classifiche americane, venduto milioni di copie ed imposto i Crowes come realtà rock più eccitante del momento.
Con “The Southern Harmony and Musical Companion”, che debutta nel maggio del 1992 direttamente al primo posto della classifica di Billboard, la band dei fratelli Chris e Rich Robinson, originari di Atlanta, dà alle stampe un lavoro fortemente influenzato dai caldi e collosi colori del sud degli States. Se “Shake Your Money Maker” era legato a doppio filo ai suoni di storiche band britanniche come Stones, Faces ed Humble Pie, “The Southern Harmony and Musical Companion” rivela invece una band confederata attenta a rivendicare le proprie radici musicali con una rabbia reazionaria sconcertante.
Alessandro “Asso” Stefana, Zeno de Rossi e Danilo Gallo: in arte Guano Padano, formazione “giovane”, ma unica, nel panorama della musica strumentale italiana (e non solo). Da pochi mesi sono sbarcati sugli scaffali dei negozi di dischi con il loro album d’esordio, l’incredibile self-titled “Guano Padano”, prodotto da “Important records” e recensito, traccia per traccia, dal mitico Joey Burns, dei Calexico. Noi di SugarPulp, convinti di aver individuato delle profonde affinità tra la loro idea di musica, e la nostra di letteratura, abbiamo incontrato “Asso” Stefana, per rivolgergli alcune domande… Eccovi il risultato.
Alessandro Asso Stefana, chitarrista, compositore, collaboratore, tra gli altri, di Vinicio Capossela: raccontaci qualcosa di te…
Sì, allora… Sono nato a Brescia nel 1981. Grazie a mio padre, ho incominciato ad interessarmi di musica fin da bambino: nel 1987 ho iniziato a studiare chitarra classica, smettendo solo nel 1998. Pian piano ho cominciato ad interessarmi a molti altri strumenti, come lap e pedal steel, kalimba, omnichord, ukulele, balafon, organo, chitarra elettrica, banjo, e a lavorare con echi a nastro e loop di vinili. Oggi, oltre che chitarrista, sono compositore e produttore. Nel 2007 ho pubblicato, con Important Records, il disco solista “Poste e telegrafi”. Oggi collaboro stabilmente con Capossela, Mike Patton (Mondocane) e Guano Padano.
siamo qui come ogni settimana a presentarvi un bel po’ di succosi aggiornamenti. Oggi è il mercoledì delle ceneri ma noi non abbiamo nessuna intenzione di digiunare, anzi: sul tavolo ci sono una serie di barbabietole al sangue da paura. E’ proprio di paura ci parla Adamo Dagradi con il suo pezzo “L’Italia non fa paura (al cinema)”, un’analisi attenta e sanguinolenta di tutto quello che ci ha spaventato al cinema in questi ultimi anni. Tutto il resto è dedicato ai libri, ed è davvero tanta roba: Luca P. Trombetta ci racconta “La Fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna”, di un Andrea G. Pinketts assolutamente inedito e geniale. Chiude il trittico Michele Fiano che ha letto tutto d’un fiato “L’ombra del falco”, il romanzo d’esordio del nostroPierluigi Porazzi. Il libro di Pierluigi è in libreria ufficialmente da oggi e siamo orgogliosi di dirvi che questa recensione è un’anteprima esclusiva delle vostre barbabietole tossiche.
Gran colpo messo a segno dalla Marsilio questo romanzo d’esordio di Pierluigi Porazzi: un giallo ordito ottimamente, un noir dai molteplici riferimenti sociali e un pulp di quelli che fanno arrossire anche le barbabietole più navigate. Lo sfondo è un annebbiato Friuli apparentemente “tranquillo e operoso”, una parte del nordest che ha perso i colori vividi di una volta, che si è ingrigita.
Invece il killer che ci presenta Pierluigi imbratta di un bel rosso acceso tante pagine di questo libro, rendendosi protagonista degli omicidi di giovani fanciulle i cui corpi vengono ritrovati svuotati degli organi, orrendamente mutilati e artisticamente posizionati. E sono tanti, più di quanto si pensi in un primo momento.
Non possiamo attribuire la stessa operosità ai vertici della questura di Udine: raccomandati e nullafacenti, orientati solo alla soddisfazione delle esigenze e dei desideri dei propri superiori, tutti ai comandi dell’infido Presidente della Regione Aristide Gonano, l’uomo che al proprio soldo ha non solo le forze dell’ordine ma anche magistrati e giornalisti della superficiale stampa di provincia.
Ma ci sono agenti che non battono la fiacca e qualche magistrato ancora dedito all’incondizionato perseguimento della verità. Non hanno vita facile: per qualche strano e inquietante motivo le direttive dall’alto intralciano quando non ostacolano le loro ricerche. Continue reading
Facendo un giro in rete si possono scorgere vere e proprie recensioni killer su questo libro, ma come il miglior San Tommaso, bisogna vedere per credere, anzi leggere. “La Fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna”, a dispetto del chilometrico titolo, è un’opera abbastanza breve, edita da “Il Filo”, casa editrice che non ha una buona fama tra gli scrittori esordienti, specie per via della sua politica di editoria a pagamento, ma che, debbo essere onesto, almeno con uno scrittore affermato come Pinketts, a livello di editing ha fatto un lavoro strepitoso. Il libro, materialmente parlando, è fantastico, illustrato con fotografie di Mariasole Brivio Sforza che donano un effetto sorprendente all’occhio del lettore che può degustare l’opera attraverso foto di autore. Ma il pezzo forte, come ovvio che sia, è l’opera in se, una fiaba per adulti che risveglia nel lettore un senso di infanzia per età adulta, vissuta con gli occhi di un adulto che non vuole abbandonare il se stesso bambino, e che cerca tra le righe di quest’opera una sorta di infanzia bis, fatta di magie e paradossi che oltrepassano il limite della genialità.
Il 6 gennaio 1896 i fratelli Lumières proiettarono uno dei loro corti di 45 secondi dal titolo: “L’arrivo del treno alla stazione di Ciotat”. La leggenda vuole che il pubblico, ancora scosso dalla novità del cinematografo, fuggisse dalla sala temendo di essere travolto dalla locomotiva. C’è da scommettere che, ripresisi dallo spavento, gli spettatori presenti quel giorno siano diventati affezionati cinefili.
Prima dei titoli di testa di “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow appare la scritta: «La guerra è una droga». Potremmo parafrasarla in «la paura è una droga» (guerra e paura sono imprescindibili). Questa è la ragione, semplice e innegabile, per cui l’horror è uno dei generi più longevi e stimolanti. Possiamo spolverare i cliché che trovano nel successo di questa narrativa la necessità di “esorcizzare le fobie quotidiane” o che gli attribuiscono una funzione catartica. La verità, più cinica e spaventosa, è che la paura è un’emozione forte e diretta: un bene prezioso all’interno di vite che spesso si riducono a un limbo di giorni tutti uguali.
Durante gli anni ’80, con l’avvento dei generi splatter e gore (due gradi crescenti di sanguinarietà), i film dell’orrore hanno iniziato a fare “schifo” (in senso buono), spesso stemperati da generose dosi di humour nero. Un esempio: l’indimenticabile “Re-Animator” (1985) di Stuart Gordon (avete mai visto un uomo strangolato da un intestino?). In questo articolo vorrei illustrare un percorso e sollevare una polemica. Il percorso è quello della new wave horror iniziata una decina d’anni fa. La polemica si chiede perché l’Italia, a questa rivoluzione, ha deciso di non voler o poter partecipare.