Cosa accadde di straordinario a Toni Bedin
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Jedan
Fine settembre. Le campane di Carrè danno sette rintocchi. Tocchi freddi, definitivi, privi d’amore. A quest’ora Antonio Bedin sta per terminare le consegne del pane. Il suo fiorino bianco con la scritta azzurra “PANIFICIO BEDIN” sfila sottile come un pesce dentro le strette viuzze del centro, sfreccia sopra i marciapiedi dei nuovi quartieri residenziali, s’impenna lungo le salite dei colli costellate di villette e fienili. Toni è un cavaliere del pane, consegna cioppe, filoncini e brioches alle famiglie e ai ristoranti della zona. Appoggia i sacchetti sui muretti, dentro i portapane, davanti agli ingressi. Talvolta li lancia direttamente tra le braccia dei clienti già in piedi. Egli non teme né pioggia né vento, né cani incazzati. S’infila in tutti gli angoli del paese, dai più profumati ai più puzzolenti. Fa quel lavoro da tre anni, presso il forno dello zio, dopo che la fabbrica tessile per cui lavorava si è spostata da Schio alla Romania.
Quella mattina, nelle colline lungo la salita di via Tavani, una ragazza sbuca da un cespuglio, tagliandogli la strada. Toni ha la prontezza di schivarla. Si ferma. Che cazzo succede? Pensa.
Alza con forza il freno a mano, tira sù col naso e scende dal mezzo tra l’infastidito e il confuso. Ma, appena solleva lo sguardo, s’innamora. Nei suoi trentadue anni, passati quasi esclusivamente all’interno dei confini dell’Altovicentino, non ha mai visto una bellezza simile. La donna, bianca come latte, lo guarda con occhi sbarrati, verde pistacchio. I capelli color aranciata stanno incollati ai bordi della bocca, aperta e muta. I seni sbocciano sul tronco come frutti, lottando contro i bottoncini di madreperla di una camicietta che, solo ora, Antonio realizza essere imbrattata di sangue. Sulle braccia, sui polsi, sulle gambe affiorano piccoli segni rossi, leggeri come graffi di gatto. Ma prima che finisca di guardala la donna è già a terra, svenuta. Che fare? Senza pensarci due volte, il cavaliere del pane se la carica sulle spalle e la depone nel suo calesse.
Dva
Fu un caso se quel pomeriggio, la signora Rita, insegnante elementare in pensione, decise di andare a funghi lungo i sentieri erbosi delle colline. Parcheggiò l’auto all’imbocco di una stradina sterrata e proseguì a piedi, portandosi il necessario per uno spuntino.
Mentre stava sotto un gelso e mandava giù un morso di panino annaffiato di verduzzo, la signora rischiò di morire soffocata. Tanto infatti fu lo spavento quando vide un omone col volto insanguinato sbucarle davanti e venirle incontro con passo deciso. La sua testa ferita brillava al sole come un’anguria spaccata. La donna iniziò a cambiare colore, poi a tossire sordamente, finché l’uomo l’afferrò e con una pacca sulla schiena le fece sputare il boccone.
-Portami a casa tua!- Ordinò scuotendo la donnina.
Tri
Lolita. Un nome esotico. Un libro, un film, una canzone, una puttana. Un night club situato tra la zona industriale di Carrè e Piovene Rocchette, a due passi dalla Valdastico, l’autostrada che muore ai piedi dell’Altopiano di Asiago.
Il gestore, il calabrese Ettore Paci, sputa sul pavimento piastrellato del suo studio.
-’Ncul a quantu nnai! Pezzi di merda!- Ringhia contro i suoi due uomini – Non avete visto il russo portare via Mia? Maledetta troia!
I due si scusano, ripetono che non se lo sanno spiegare. Il signor Yuri Maric è una brava persona, ogni tanto offre loro mezzo grammo di coca in amicizia, non vorrebbero fargli del male, ma lo avrebbero comunque costretto a restituire la ragazza.
-Cazzate!- ripete Paci – Se lo trovate vi fate consegnare la roba, poi lo ammazzate.
Piero e Denis Pelagati, cugini, lavorano in coppia. Piccoli criminali di provincia, prima di mettersi con Paci avevano collezionato una serie di condanne per furto e spaccio. Erano entrati con un fucile a pompa in un bar ferendo un avventore, avevano minacciato il titolare di una tabaccheria con una bottiglia rotta procurandogli qualche taglietto, avevano spaccato il femore ad un’ottantenne durante uno scippo. Ma non avevano mai ammazzato nessuno.
-Andate!Il russo va scovato. Stavolta mi ha fottuto la droga e la donna. Se lo sanno i boss di Catanzaro mi tolgono di mezzo. Sono capaci di tutto, voi non immaginate nemmeno. Quelli non scherzano! Caminàte!
četiri
Nel frattempo Antonio si occupava della sconosciuta che aveva sistemato nella stanza degli ospiti. L’aveva vegliata un giorno e una notte finché, alle prime luci dell’alba, la donna aveva aperto gli occhi. Appena vide il volto del ragazzo, si contrasse sul letto come morsa da un serpente. Il cavaliere del pane sfoderò un italiano forzato: -Io sono Toni,- le disse battendo la destra sul petto– e tu? Come ti chiami? La ragazza si guardava attorno senza dare risposta. Antonio le allungò una tuta da ginnastica dell’Adidas, che portava da ragazzino negli anni ’90 e che fino a quel giorno aveva dimenticato di avere, e le indicò il bagno. Poi andò in cucina a preparare il caffè. La donna tastò nelle tasche dei pantaloni e vi estrasse un busta trasparente, colma di polvere bianca. Quindi entrò nella doccia con la camicia. Lasciò che l’acqua lavasse via il sangue. Ricompose nella mente ciò che era accaduto due notti prima. Ripensò al volto del figlio rigato di lacrime, quando a tre anni si era sbucciato le ginocchia cadendo dal triciclo. -Potrai tornare da lui- era la promessa del russo, -smercio la droga e ti riporto a casa. Svinjski! Ora i piani erano cambiati. Doveva salvarsi la pelle. Guardò la busta di cocaina appoggiata sopra la lavatrice: decise che l’avrebbe nascosta in un luogo sicuro.
Antonio entrò in camera mentre lei si stava rivestendo e si trattenne un istante ad osservare i capelli umidi, ora di un arancio intenso, gocciolare sulle spalle non ancora coperte dalla felpa verde. – Ora io vado a lavorare,- disse posando gli occhi sul pavimento – tu stai qui, fai colazione e ti riposi. Va bene? La donna annuì. – Mi chiamo Mia- dichiarò.
Il cavaliere del pane sorrise ed uscì: era già in terribile ritardo.
Per tutta la mattina egli non fece che pensare alla sconosciuta. Così prima di terminare il giro consueto, decise di passare per casa, per assicurarsi che la ragazza stesse bene.
Qui di lei non c’era più alcuna traccia, se non un post it accanto ad una brioches mangiucchiata. “Grazie, mi rifarò viva. Saprò come ricompensarti”. Antonio si fiondò in strada con la sensazione di avere il cuore strappato.
-Toni, non te me porti mia el pan stamatina?- Urlò una voce di donna da una finestra di fronte. -Go prèssa!- Rispose lui, ormai già a bordo del fiorino ancora colmo di buste di pane fragrante, appena sfornato.
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Intanto la signora Rita aveva fatto conoscenza con colui che, temeva, sarebbe stato il suo assassino. Tenendola sotto la minaccia del coltellino svizzero con cui la donna andava a funghi, egli la costrinse ad accompagnarlo a casa sua. Qui l’aveva legata alla poltrona del soggiorno.
-La prego non mi faccia del male,- piagnucolava la donna, -le darò tutto il denaro che ho. La posso medicare. La prego, mi risparmi la vita!
L’uomo buttò l’occhio su uno specchio appeso alla parete: sembrava che avesse una bistecca di manzo adagiata sulla fronte. In un armadietto della cucina egli trovò tutto l’occorrente per occuparsi della ferita: punti di sutura e garze.
-Sono di mio marito, aggiunse Rita – era infermiere, è morto d’infarto tre anni fa.
Il rapitore sigillò la bocca della donna con del nastro adesivo, afferrò una bottiglia di vodka di sottomarca appoggiata sul carrello dei liquori e si ritirò in bagno, da dove se ne uscì un’ora dopo con il capo ricucito. Stravolto, si gettò sul divano e si addormentò.
Si svegliò il giorno seguente. L’ostaggio, con l’angoscia negli occhi, lo pregava di liberarla.
-Io risparmio la vita a te. Tu mi aiuti nel mio piano.- Dichiarò il rapitore. La signora Rita annuì e Yuri Maric le strappò il nastro dalle labbra.
Quando fu il momento, la costrinse ad indossare un vestito da sera, delle scarpe col tacco e le chiese dei vestiti puliti per sè. Frugando nell’armadio del defunto marito, trovò dei pantaloni sportivi, una camicia di cotone e un panamà. L’insieme non era dei migliori, ma bastava per rendere il signor Maric irriconoscibile. Inoltre la compagnia della donna lo avrebbe facilitato: entrando al Lolita così conciati, i due sarebbero apparsi come una coppia attempata in cerca di piccanti distrazioni.
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Per ore Antonio aveva cercato disperatamente la sconosciuta che con tanta rapidità gli aveva rapito il cuore. Nel pomeriggio iniziò a piovere fitto. Le pozzanghere si allargavano sull’asfalto mangiato della statale. La sua speranza si stava sciogliendo come neve sotto la pioggia. A bordo del fiorino, aveva ispezionato almeno un paio di volte tutte le vie del paese, le località limitrofe e le campagne circostanti, era tornato ben dieci volte in collina lungo via Tavani, finchè la vide in macchina, in compagnia dei cugini Pelagati.
Mia guardava fuori dal finestrino con il volto assente, ma quando i loro sguardi si incrociarono lei avrebbe voluto gridargli aiuto. I suoi capelli color aranciata mandavano lampi di luce nel grigio del pomeriggio settembrino. Toni seguì la Fiesta nera fino al Lolita.
Antonio conosceva i Pelagati. Denis era in classe con lui alle medie. Ricordava che ai tempi della scuola si era tatuato un caprone sul braccio e si faceva chiamare Devil. I Pelagati erano conosciuti in tutto l’Altovicentino come una famiglia di furfanti. Il padre di Denis era finito in carcere per rapina, lo zio per stupro. Sua madre se n’era andata quando lui aveva cinque anni e Denis aveva cominciato a farsela nei pantaloni. Un giorno era andato a scuola con un coltello, minacciando la professoressa di matematica.
Toni doveva assicurarsi che Mia stesse bene, perciò decise che quella sera sarebbe andato al night.
Una volta a casa si fece il bagno, si sbarbò ed indossò l’unico vestito che possedeva. Non lo aveva più messo dal funerale della madre, dieci anni prima. Allora gli cadeva largo e la zia Erminia lo aveva stretto sulle spalle e sui fianchi. -Te pari proprio bon in giacca e cravatta- gli aveva detto la cugina Elsa facendogli l’occhiolino. Ora invece l’abito gli stringeva su quegli stessi punti e nel girovita.
Fece un salto in fioreria dove acquistò una dozzina di rose, scrisse un bigliettino e lo infilò nel mazzo. “A Mia da parte di Toni (quello che ti ha salvata).”
Antonio non aveva corteggiato molte donne, perché temeva di essere respinto. Ma stavolta sentiva che sarebbe stato diverso: il destino li aveva fatti incontrare e lui avrebbe fatto di tutto per farsi voler bene da Mia.
Sedam
-Lurida puttana!- Ettore Paci sputa in faccia a Mia, a terra, in lacrime sul pavimento del suo ufficio. – Anche dal russo volevi fartelo mettere in culo, eh?- Le assesta un calcio sullo stomaco – Dove volevi andare? Credi che tuo figlio ti voglia ancora? Credi che non lo sappia che sua madre è una puttana? Dov’è il russo? Dov’è la droga che mi deve?
La donna giura di esser stata ingannata. Maric le aveva promesso la libertà ma poi avevano litigato e la sua auto era finita fuoristrada. Il russo l’aveva inseguita nel bosco tentando di violentarla. Lei era riuscita a colpirlo, spaccandogli la fronte con una pietra.
Non sa se è vivo o morto. Non sa della droga.
-Ho mandato i miei uomini a cercarlo, prega che quel che racconti sia la verità!
Mia piange ed implora. Stringe la mano cicciotta del boss, se la passa sul volto umido, baciandola.
- Stai ferma troia!- Paci la allontana. – Vai a darti una ripulita. Stasera lavori. Aggiunge.
Quel cosacco merdoso -pensa Ettore Paci- lo ha messo nella merda. Che avrebbe detto ora ai boss calabresi? Quella partita di droga doveva essere smerciata nel Nordest, alcuni imprenditori, clienti del night, attendevano la loro parte.
Eppure di Yuri Maric egli si era fidato per lungo tempo. Con lui, anni prima, aveva messo in piedi un giro di squillo nel crotonese. Già da qualche anno Maric faceva il corriere della droga per Paci da Sud a Nord Italia. Si era sempre dimostrato professionale. Questa volta però lo voleva fregare. Evidentemente aveva perso la testa per i soldi o per la figa. Un anno prima, da ubriaco, gli aveva detto che Mia era sua. Era stato lui a portarla in Italia. Dichiarava di esserne innamorato e di volerla per sè. La sua pretesa risuonava arrogante come quella di Agamennone nei confronti di Achille. Ne era sorta una discussione morta in fretta. Paci aveva dimenticato la cosa, prendendola come una specie di puntiglio senile, forse amplificato da quel paio di strisce che s’erano fatti.
Osam
-No contarme bale!- Urlò Piero contro il cugino, spingendolo nel fango- Ti sei messo d’accordo con il cosacco, vero?
Denis sorrise di traverso e scese lungo la collina, seguito da Piero.
In un stretto avvallamento, incassata contro un vecchio fienile, i due avevano scovato la Mercedes di Yuri Maric con il muso sfracellato. Di lui e della cocaina non c’erano tracce.
-Non fare il mona, cugino! Credi che il calabrese sia scemo? Credi che non sospetti di te?- Continuò Piero afferrandolo per la giacca.
-Non mi rompere i cojoni, non ne sa nulla. Gli abbiamo riportato indietro la donna!- Rispose Denis allontanandolo.
-Allora? Il russo ti ha promesso una parte?
-Senti cugino, io ne ho le palle piene del calabrese- dichiarò Denis – mi son messo col russo, sì. Mi farà entrare in un giro più serio. Se ci stai ce n’è anche per te.
-Ci farai amazzare tutti!- Fu il commento secco di Piero.
I due svitarono la targa, siglata KR, quindi spinsero l’auto fin dentro il rudere.
Devet
Sono le nove e mezza quando Antonio entra. Il locale è semivuoto. Il ragazzo si stringe nel vestito, guarda il mazzo di rose e prende coraggio. Poi si rivolge alla barista chiedendo di Mia. La donna risponde che non c’è nessuno con quel nome. Toni prova ad insistere. La barista lo osserva tenendo le braccia mascoline stese sul bancone. A lei, che di sfigati innamorati delle ballerine ne aveva visti a decine, quel ragazzotto, gonfio nel suo abito come uno gnocco ripieno, fa quasi tenerezza. Sposta il ciuffo ossigenato con uno sbuffo. Il suo alito sa di tic tac e sigaretta -Senti ragazzone,- gli dice avvicinandosi- torna in campagna, qui se alzi un po’ la voce passi brutti guai, è meglio per te se te ne vai subito. Vattene!
Antonio esce a testa bassa, appesantito dal sospetto. Torna nel fiorino a pensare, incapace di darsi pace.
Trascorrono circa un paio d’ore, quando vede passargli accanto l’inconfondibile Panda rossa della maestra Rita, la sua insegnante delle scuole elementari, che si ferma nel parcheggio del locale. La maestra, in abito da sera, esce dall’auto seguita da un signore con il volto nascosto dal cappello. Possibile?
Toni rientra nel night e prende posto nel primo tavolo che vide. La maestra Rita se ne sta più avanti, sotto il palco, l’uomo al suo fianco le cinge il braccio. La donna beve disperatamente. Il ragazzo osserva che in pochi minuti manda giù almeno cinque bicchieri di animanera.
Sul palco una ragazza bruna in pantaloncini ascellari, un annaffiatoio in mano e una bandana in testa, danza a ritmo di musica, sfrofinando la fica su un tappeto di erba finta. Solleva il piccolo annaffiatoio e si bagna la maglietta d’acqua, quindi sfila la t-shirt, rivelando due tette lucide come pompelmi. Antonio si guarda intorno, imbarazzato. Non ha ancora fatto l’amore con una donna.
Ad un tratto ecco apparire Mia, fasciata da una luce lattea. Dal soffitto sopra il palco pendono due lunghi nastri bianchi. La ragazza è coperta da un’impalpabile veste di neve che permette di intravedere i seni e la linea asciutta dei fianchi. Mia inizia ad arrampicarsi sulle stoffe, facendo roteare il bel corpo con la leggerezza di una farfalla. Per qualche secondo Toni dimentica il mondo.
Poi accade l’irreversibile. L’uomo con il cappello si avvicina a Piero Pelagati e gli assesta un dritto in pieno volto, atterrandolo. Balza sul palco, afferra la ballerina e se la pone davanti come uno scudo. Estrae una lama dalla tasca e la passa leggermente sul suo bel collo, rigandolo appena di una striscia vermiglia. Denis Pelagati punta il revolver contro il russo, gli intima di stare fermo, gli strizza l’occhio.
I clienti scappano fuori dal locale come granelli di sabbia soffiati via dal vento. Tutti tranne il cavaliere del pane e la maestra in pensione. La signora Rita rimane stravaccata sulla sedia sotto il palco, ormai completamente ubriaca, con la folle convinzione di trovarsi a teatro. Antonio, spalmato sul pavimento in un angolo buio, spia la scena.
Il boss calabrese si fa avanti nella sala, estrae la sua beretta e la punta alle spalle di Denis.
-Muori, maledetto cane! Magnagatti di merda!- Ringhia. E spara. Il ragazzo si gira verso il boss e cade a terra in un unico movimento. Prende il colpo in faccia, la pallottola gli apre una voragine nell’occhio sinistro.
-Mi tradiva- si giustifica Paci- stava con te, lurido cosacco!- Il calabrese sposta la canna contro Maric –Ora che pensi di fare? Vecchio comunista! Lascia la ragazza e dimmi dov’è la cocaina o ti faccio saltare la testa!
-Io non ho la cocaina, lei lo sa, lei me l’ha fregata nel bosco! Se mi spari l’ammazzi!- e dicendolo, il russo stringe a sè il corpo della donna.
Vedendo l’amata in quelle condizioni, Toni intuisce che deve inventarsi qualcosa, creare un diversivo, sbloccare la situazione. Qualcosa, in qualche modo, subito. Afferra una bottiglia di prugna adagiata su un tavolo, la getta contro il boss e, con l’agilità di un leprotto, schizza dietro il palco. La bottiglia rimbalza sul braccio di Paci e si rompe ai suoi piedi. Qualche goccia di liquore gli entra negli occhi. Il calabrese spara contro il ragazzo senza riuscire a colpirlo. Un brevissimo istante e Yuri molla la donna e si lancia di peso sull’ex socio, fracassandogli il cranio sulle scale. La beretta vola poco più in là. E mentre il russo maciulla sulla scacchiera luminosa del pavimento la testa del nemico, la ballerina, con un movimento silenzioso e letale, si rialza, impugna la pistola del boss e fa schizzare le cervella russe sui divanetti di pelle nera.
Toni le va incontro.
-Mi hai salvata ancora,- gli dice -ora però dobbiamo scappare. Io conosco il modo.
I due s’infilano nel fiorino e sfrecciano verso casa sotto la pioggia battente, che sembra voler sciacquare via il sangue e la paura di quella notte. In bagno, dentro il flacone del borotalco, Mia ha nascosto la partita di cocaina sottratta al russo.
-So a chi darla,- dichiara –ci divideremo il guadagno. In Croazia c’è la casa di mia madre, vado lì a raggiungere mio figlio. Mi accompagni?
Toni decide che con lei sarebbe andato ovunque.
Deset
Pochi minuti dopo la sparatoria, i carabinieri erano al Lolita. Vi trovarono due corpi accasciati l’uno sull’altro, stretti in un abbraccio sanguinolento. Un altro uomo giaceva poco più in là. La scena sembrava una lite tra malviventi, forse da collegare con il ritrovamento, avvenuto qualche ora prima, di una Mercedes nera, senza targa, finita fuoristrada e nascosta nel ventre di un rudere.
Curioso fu per le forze dell’ordine trovare nel locale l’ex maestra del paese, completamente ubriaca, che venne accompagnata d’urgenza all’ospedale di Thiene per una lavanda gastrica.
Piero Pelagati, in fuga, venne fermato da una volante. Accusato dell’omicidio del cugino, venne trattenuto in carcere.
Dopo quel fattaccio, nel paese del vicentino vennero giornalisti e televisioni e Carrè per qualche tempo fu al centro delle cronache nazionali.
Inoltre da quella notte, di Antonio Bedin non si seppe più nulla: c’è chi dice che, forse grazie ad una vincita milionaria, andò a vivere all’estero, dove si sposò e mise sù famiglia. Ma la cosa passò in secondo piano, tanto era la curiosità dei media e della gente comune nei confronti degli orribili fatti di sangue accaduti.




