Arrivederci amore ciao, di Massimo Carlotto

di Sugarpulp Crew

di Alberto Puppin

Una notte piovosa. Un mal di testa a intermittenza. E un romanzo nero come l’anima di Robert Johnson. “Arrivederci amore, ciao” ti obbliga a non allontanarti dalla lettura, ti tiene sveglio e ti costringe a proseguire, ad affondare sempre di più nel fango della realtà del ricco nord-est: una società perfetta come una mela da bollino “marlene” all’esterno, ma corrosa dai vermi dentro, marcia e putrescente.

E in poche pagine ti dimentichi del mal di testa.

Attraverso una sintassi semplice, un periodare breve e tagliente reso ormai sicuro dall’esperienza, Carlotto costruisce la sua storia più nera e violenta.

Racconta il suo Veneto, quello uscito dalla prima repubblica, con le sue molte facce e la sua filosofia di vita: metterlo nel culo al prossimo, sempre e comunque.

Un pugno preciso, alla bocca dello stomaco, di quelli che ti tolgono il respiro e ti fanno venir voglia di aver davvero qualcosa nello stomaco, per poter vomitare facilmente, dando un senso ai conati. Tradire, tradire e ancora tradire. È questa l’unica parola d’ordine. Unico obiettivo: arricchirsi. A spese del prossimo e degli ideali. Dello Stato e della legalità.

Non ci sono personaggi positivi nella storia. Al massimo ingenui. E come tali, in una società che non permette ai vergini di sopravvivere a lungo, ammazzati senza remore di sorta. Paradigmando la Arendt, quello a cui assistiamo è la consacrazione della normalità del male.

È il sapore del sangue e della terra, misto alla nausea, quello che ti rimane in bocca alla fine del libro.

Ho bisogno di una sigaretta…


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